Non può esserci una vera capitale della cultura se non si è in grado di prendersi cura della propria eredità spirituale, poiché la grandezza di una città si misura anche dal rispetto e dalla cura che dedica i resti di coloro che ne hanno costruito l’anima culturale
“Nuoro è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l’Atene della Sardegna. Infatti, relativamente, è il paese più colto e battagliero dell’isola. Abbiamo artisti e poeti, scrittori ed eruditi, giovani forti e gentili, taluni dei quali fanno onore alla Sardegna e sono avviati anche verso una relativa celebrità. Ma nel popolo, in fondo alla gran massa che è la pietra e il fondamento dell’edifizio, la civiltà soccombe, o, se ha qualche vittoria, è pur troppo nella parte a cui è preferibile la barbarie primitiva: nella corruzione dei costumi. Forse è spirito d’imitazione, forse è il riflesso inconsapevole dei tempi, che non andrà più oltre e passerà insieme alla decadenza generale, ma ad ogni modo è sempre dovere il constatarlo”. Così la giovane Grazia Deledda (o, come la definisce nell’agosto 1894 Angelo De Gubernatis, direttore della Rivista delle tradizioni popolari italiane, “La gentile e valente animatrice delle ricerche folkloriche in Sardegna, signorina Grazia Deledda” nell’introdurre “l’importante Raccolta delle tradizioni di Nuoro“).

La tomba di Luigi Oggiano
Da allora di quell’Atene Sarda si è fatto un gran parlare, e quell’espressione evocativa ha avuto varie attribuzioni. Ma di quell’epoca d’oro in cui a Nuoro si registrò una concentrazione di talenti artistici e letterari talmente densa da giustificare il paragone con la capitale greca, simbolo universale della sapienza e della bellezza classica, cosa è rimasto?
Lasciando da parte questa straordinaria fioritura di figure che seppero raccontare l’anima più profonda e arcaica dell’Isola, a iniziare dalla stessa Deledda, unica donna italiana a ricevere il premio Nobel per la letteratura nel 1926; per proseguire con Sebastiano Satta, il poeta che diede voce ai sentimenti della Barbagia con una lirica potente e colta; e con Salvatore Satta, illustre giurista ma anche autore de Il giorno del giudizio, uno dei capolavori della letteratura italiana del novecento che descrive con spietata lucidità proprio quella Nuoro; passando poi per lo scultore Francesco Ciusa, che nel 1907 incantò la Biennale di Venezia con la sua La madre dell’ucciso, portando per la prima volta l’estetica e il dramma sardo sotto i riflettori della critica internazionale.

La tomba di Antonio Ballero
E si potrebbe continuare con i pittori, come Antonio Ballero; dilettanti di fotografia, come Raffaele Ciceri, del quale, nonostante, a suo tempo sia stato rispettato il desiderio “di essere seppellito nella nuda terra, senza fiori ne croci”, dopo aver lasciato la propria cospicua eredità all’ospedale nuorese, sussiste una lapide tombale; o Giuseppe Corbu Guiso, che a soli 19 anni abbandonò gli studi per seguire Garibaldi nella spedizione dei Mille; o ancora, ma si potrebbe proseguire a lungo, l’avvocato Luigi Oggiano, antifascista nonché uno dei padri fondatori del Partito Sardo D’Azione.

La lapide commemorativa di Raffaele Ciceri
Il termine Atene della Sardegna descrive quindi quel particolare clima di fervore in cui avvocati, scrittori, poeti e artisti si ritrovavano a discutere di cultura in un contesto cittadino che, pur nelle sue dimensioni ridotte, era diventato un laboratorio di idee capace di guardare all’Europa senza mai smarrire le proprie radici identitarie.
Proprio sulla scia di questa eredità, nel 2020 Nuoro aveva puntato tutto sulla sua identità di polo intellettuale, avanzando con forza la propria candidatura a Capitale italiana della cultura.

La tomba di Luigi Oggiano
Quell’ambizione poggiava sulla straordinaria storia lasciata dai suoi figli più illustri, trasformando la città in un simbolo di eccellenza capace di parlare al paese intero. Tuttavia, a distanza di anni, quel nobile proposito sembra scontrarsi con una realtà quotidiana fatta di oblio e trascuratezza che colpisce proprio i luoghi dove riposano i protagonisti di quella stagione irripetibile. Il cimitero monumentale di Sa ‘e Manca, che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante di un itinerario della memoria e il sacrario dell’identità isolana, versa infatti in uno stato di preoccupante abbandono. Tra i vicoli del campo santo, le tombe di figure che hanno segnato la storia della letteratura e dell’arte, come il vate Sebastiano Satta o i protagonisti delle cronache di Salvatore Satta, giacciono avvolte dall’incuria, prive di quella valorizzazione che una città con tali aspirazioni dovrebbe garantire come priorità assoluta.

La lapide del garibaldino Giuseppe Corbu Guiso
Esiste un paradosso evidente: mentre sulla carta la città continua a evocare con orgoglio quel passato attraverso musei, intitolazioni ed eventi, accanto a questa narrazione ufficiale sopravvive una realtà molto meno celebrativa. Nel cimitero storico si trovano lapidi rovinate dal tempo, iscrizioni scolorite e spazi privi di manutenzione, in un silenzio materiale che stride con il peso simbolico di quei nomi. Non si tratta ancora di un monumento organizzato e valorizzato, ma piuttosto di un luogo che conserva memoria senza però riuscire a raccontarla. Questo contrasto appare ancora più doloroso se si pensa a Il giorno del giudizio, l’opera che ha reso immortale questo luogo dell’anima, oggi ridotto a una distesa di marmi dimenticati nell’indifferenza. La sfida attuale per Nuoro non è dunque solo quella di ricordare i propri protagonisti nelle cerimonie ufficiali, ma di restituire dignità ai segni tangibili della loro storia, trasformando le sepolture da spazi dimenticati a tappe vive della memoria collettiva.
