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Nel Giorno della Memoria ecco le stime delle vittime ebraiche delle persecuzioni naziste

 

È molto difficile raggiungere conclusioni certe sul numero delle vittime ebraiche delle persecuzioni naziste, poiché le SS prestarono particolare cura, soprattutto negli ultimi due anni di guerra, al tentativo di cancellare le prove del genocidio. Questa cura si manifestava anzitutto nella consuetudine di non registrare come detenuti gli ebrei (oltre l’80% degli arrestati) che al loro arrivo nei campi di sterminio venivano inviati direttamente alle camere a gas, scomparendo senza lasciare traccia alcuna. Soltanto coloro che erano destinati ad essere utilizzati come mano d’opera gratuita per sostenere lo sforzo dell’industria bellica tedesca si vedevano assegnare un numero di matricola (in genere tatuato sull’avambraccio del prigioniero) e i loro nominativi venivano archiviati dalle amministrazioni dei campi. Le liste dei prigionieri uccisi subito (sia mediante fucilazione, sia mediante i gas) venivano distrutte dopo la fine dell'”azione”. (Stime delle vittime ebraiche delle persecuzioni naziste durante la seconda guerra mondiale)

Non solo scomparvero le liste degli ebrei assassinati, ma scomparvero anche i milioni di corpi degli uccisi. È nota la pratica di bruciare i cadaveri dei prigionieri assassinati utilizzando i forni crematori; è forse meno noto, ma non meno significativo, che nell’estate del 1943 Himmler diede ordine a speciali Einsatzgruppen di attuare il piano Aktion 1005, in base al quale si dovevano rintracciare, in Unione Sovietica e in Polonia, le fosse comuni nelle quali per quasi due anni i tedeschi avevano gettato i cadaveri degli ebrei fucilati (si calcola che siano stati complessivamente oltre un milione), riaprirle e dar fuoco ai cadaveri che vi si trovavano ammucchiati.
Ad Auschwitz, nei periodi di massima attività (1943), vigeva lo stesso sistema: quando i forni crematori non bastavano a smaltire i corpi degli uccisi, venivano scavate apposite fosse di combustione, nelle quali venivano gettati i cadaveri che, cosparsi di benzina, si trasformavano lentamente in cenere. In questo modo venivano distrutte le prove materiali del genocidio.

Al problema dell’intenzione nazista di dissolvere nel nulla un intero popolo, poi, si aggiungono le difficoltà tecniche connesse al censimento della popolazione ebraica d’Europa prima dell’inizio dello sterminio, o al reperimento degli Ebrei scampati al massacro che si misero in salvo facendo perdere le proprie tracce e scomparendo nel nulla. Queste ragioni spiegano le differenze, talvolta piuttosto considerevoli, tra le cifre calcolate da storici diversi.

La lettura delle tabelle, al di là delle cifre impressionanti e anche delle rilevanti differenze di calcolo (Benz calcola che le vittime siano state quasi un milione più di quelle calcolate da Bauer e Rozett), consente di trarre qualche conclusione importante sull’andamento del genocidio e, forse, anche sui fattori che ne hanno più o meno favorito l’attuazione.

La prima considerazione riguarda il fatto che i Paesi nei quali più alto fu il numero delle vittime sono quelli dell’Europa orientale e sud-orientale: la Polonia (oltre l’89% degli Ebrei uccisi), la Lituania (oltre l’84% degli Ebrei uccisi), la Lettonia (oltre il 77% degli Ebrei uccisi), la Grecia (dal 74% al 76% degli Ebrei uccisi), la Jugoslavia (dal 69% all’80% degli Ebrei uccisi, a seconda della fonte), l’Ungheria (quasi il 68% degli Ebrei uccisi). Questa dislocazione geografica del genocidio si spiega in modi diversi, a seconda dell’area geografica considerata.
La Polonia, come si è visto ripetutamente, fu un vero e proprio laboratorio del genocidio, il Paese in cui probabilmente lo sterminio degli Ebrei venne concepito e più diligentemente realizzato. A questo risultato contribuì sicuramente il fatto che i Tedeschi occuparono la Polonia all’inizio della guerra ed ebbero la possibilità di consolidarvi il sistema di dominio forse più feroce (paragonabile soltanto al sistema di dominio instaurato dai nazisti in Unione Sovietica). A ciò si aggiunga che in Polonia l’antisemitismo era piuttosto diffuso tra gli stessi polacchi non-Ebrei, i quali nella loro maggioranza restarono indifferenti alla tragedia di un intero popolo che si stava compiendo sotto i loro occhi e che in moltissimi casi collaborarono attivamente alla persecuzione degli Ebrei, per esempio denunciando gli Ebrei che erano riusciti a nascondersi o a mescolarsi alla popolazione “ariana”.

Le repubbliche baltiche, in particolare la Lituania e la Lettonia, oltre ad essere anch’esse tradizionalmente caratterizzate da un forte antisemitismo, vedevano la presenza, sul proprio territorio, di un numero considerevole di Volksdeutsche, i quali erano probabilmente più sensibili alla propaganda nazista e che di fatto furono i principali beneficiari degli espropri compiuti sia a danno degli Ebrei, sia a danno di altre popolazioni slave dell’Europa orientale.
La presenza di forti movimenti filo-nazisti locali spiega anche la portata dei massacri avvenuti in Ungheria (dove le “Croci Frecciate” intrapresero un vero e proprio bagno di sangue nelle ultime settimane di guerra) e in Jugoslavia (dove lo sterminio fu attuato soprattutto dalle milizie fasciste di Ante Pavelic).
In Grecia, invece, il genocidio venne favorito dal fatto che la comunità ebraica era concentrata in poche località (soprattutto nella città di Salonicco e nelle isole di Corfù e di Rodi), il che facilitò enormemente l’organizzazione degli arresti e della deportazione

Una seconda considerazione riguarda il fatto che, in termini assoluti, fatta eccezione per il Lussemburgo e per l’Olanda, le persecuzioni antisemite furono di gran lunga più contenute nei Paesi occupati dell’Europa occidentale.
Ciò non si spiega soltanto con il fatto che in questi Paesi l’antisemitismo era meno radicato e meno violento che nell’Est Europa, ma anche con il diverso atteggiamento che i Tedeschi vi mantennero. Essendo questi Paesi destinati, dopo la guerra, a orbitare nella sfera d’influenza tedesca, ma con lo statuto formale di Stati nazionali, i Tedeschi si preoccuparono di non eccedere nella ferocia, allo scopo di non inimicarsi le relative opinioni pubbliche.

La terza osservazione, forse la più significativa, riguarda i Paesi nei quali le persecuzioni furono molto blande o addirittura inesistenti, come la Finlandia (Paese che peraltro era governato da forze filo-naziste) e la Danimarca (occupata nel 1940 dai Tedeschi, i quali tuttavia mantennero in carica il governo legittimo).
Le bassissime percentuali di vittime ebraiche del nazismo attestano che il genocidio non era inevitabilea condizione di volerlo evitare. È interessante ricordare, per esempio, quanto accadde in Danimarca durante l’occupazione tedesca.
Quando, nel 1943, i tedeschi pubblicarono il decreto che imponeva agli ebrei di cucire sugli abiti la stella di Davide gialla per farsi riconoscere pubblicamente, il re di Danimarca, Cristiano X, protestò apertamente presso le autorità di occupazione, minacciando di utilizzarla egli stesso per primo. Quando poi, nell’ottobre del 1943, trapelò la notizia che i nazisti avrebbero dato inizio agli arresti in massa degli ebrei e alla loro deportazione, i Danesi subissarono la polizia tedesca di proteste verbali e scritte; ambienti economici e finanziari, ambienti universitari, associazioni studentesche, ambienti ecclesiastici si mobilitarono attivamente per impedire l'”azione”. Tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre, in tre settimane 7200 ebrei furono portati in salvo, con barche e pescherecci, nel territorio neutrale della Svezia. Solo 500 ebrei su 7800 vennero arrestati, ma nessuno di essi venne condotto ad Auschwitz: rinchiusi nel campo di Theresienstadt (Terezin), furono protetti sino al 1945 dal governo danese e dalla Croce Rossa svedese e soltanto 60 di essi morirono, per malattia, durante la detenzione.

Negli ultimi anni si è cercato di procedere ad una ricostruzione nominativa delle liste di deportazione, ma ciò è stato finora possibile soltanto per i Paesi a scarsa concentrazione ebraica: Olanda, Lussemburgo, Francia, Belgio, Italia, Germania (solo la ex Repubblica Federale). Per la Polonia e l’Unione Sovietica l’impresa sembra di difficilissima realizzazione e forse non porterebbe comunque a risultati attendibili, poiché in quei Paesi alle deportazioni verso i campi di sterminio si aggiunsero, come detto sopra, le fucilazioni di massa.
Nelle tabelle riportate di seguito vengono forniti due tra i più recenti calcoli, aggiornati alle ricerche storiografiche del 1990 e del 1991.

(Dati tratti dal sito ww.lanzone.it)

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