In principio fu il buio di una grotta nel cuore della Sardegna. Prima della missione Artemis II, che lo porterà a diventare il primo canadese a spingersi verso il nostro satellite naturale, Jeremy Hansen ha vissuto per sei giorni sottoterra in Barbagia, isolato dal mondo, mettendo alla prova corpo e mente in uno degli ambienti più estremi che il pianeta possa offrire.
Era il mese di settembre del 2013 quando l’astronauta della Canadian Space Agency partecipò in Sardegna al programma CAVES, organizzato dall’European Space Agency. Un’esperienza al limite, condivisa con colleghi provenienti da tutto il mondo, tra cui l’italiano Paolo Nespoli, il russo Aleksei Ovchinin, il giapponese Satoshi Furukawa (Jaxa) e gli statunitensi della Nasa Mike Barratt e Jack Fischer.

Esercitazione nel complesso carsico di Sa Grutta (foto credit ESA)
Per quasi una settimana, Hansen e il suo team hanno vissuto completamente isolati nelle profondità del complesso carsico di Sa Grutta, nel Supramonte, a Oliena, principalmente all’interno delle grotte di Su Bentu e Sa Oche, senza luce naturale, affrontando lunghe escursioni sotterranee e conducendo attività scientifiche in condizioni estreme. Un ambiente “analogico”, progettato per simulare le difficoltà delle missioni spaziali: isolamento, rischio, necessità di cooperazione e gestione continua dello stress.
«È un’opportunità unica – raccontava Hansen durante quell’esperienza – Si tratta di lavorare in un ambiente ostile, dove il soccorso è lontano e bisogna prendersi cura di sé e degli altri, portando avanti allo stesso tempo obiettivi scientifici». Un contesto che richiama da vicino la vita sulla Stazione spaziale internazionale, dove piccoli equipaggi convivono in spazi ristretti per lunghi periodi.

Artemis II Post Insertion and Deorbit Prep Training with crew members Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch, and Jeremy Hansen. Includes Artemis II training team.
L’addestramento prevedeva anche un lungo avvicinamento a piedi, cinque o sei ore di cammino prima di raggiungere il campo base sotterraneo. Da lì, l’esplorazione di cavità già note e di zone ancora inesplorate, in una dimensione sospesa tra ricerca e sopravvivenza. Non solo tecnica, ma anche percezione: «Quando si esce dalla grotta dopo un isolamento totale, l’olfatto cambia completamente e si sviluppa una sensibilità agli odori molto più marcata», spiegava l’astronauta canadese, descrivendo una condizione simile a quella che si prova quando si rientra dallo spazio.
Un passaggio poco noto, ma significativo, nella carriera di Hansen, oggi colonnello e pilota militare con una lunga esperienza operativa alle spalle. Nato nel 1976 a London, in Ontario, e cresciuto in un contesto rurale, ha costruito il proprio percorso tra aviazione e scienza, fino alla selezione nel corpo astronauti canadese nel 2009. Dopo anni di addestramento e attività a supporto delle missioni spaziali, nel 2023 è arrivata la svolta con l’assegnazione ad Artemis II.
La missione rappresenta il primo volo con equipaggio del programma Artemis e segna il ritorno dell’uomo nelle vicinanze della Luna dopo oltre mezzo secolo. Lanciata il 1° aprile 2026, la navetta Orion (battezzata dall’equipaggio Integrity) ha trasportato quattro astronauti, tra cui Hansen, in un viaggio di 10 giorni, superando il record dell’Apollo 13 per la massima distanza mai raggiunta da un veicolo con equipaggio umano, toccando i 406.771 chilometri dalla Terra.
Non solo: il 6 aprile, Orion è passata a circa 7.600 chilometri oltre il lato nascosto della Luna, permettendo agli astronauti di vedere direttamente crateri e dettagli della superficie lunare mai osservati dal vivo da occhi umani dal 1972. La missione Artemis II, conclusasi con successo l’11 aprile scorso con l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico, al largo di San Diego, ha aperto ufficialmente la strada ad Artemis III, che prevede lo sbarco sulla superficie lunare tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028.
Per Hansen è stato un traguardo storico: nessun canadese, e in generale nessun non americano, aveva mai volato verso la Luna. Eppure, una parte di quel percorso passa anche dalla Sardegna e dalle sue profondità. Un legame silenzioso ma concreto tra un territorio spesso raccontato per le sue radici e un futuro che guarda allo spazio. Perché, prima di affrontare il vuoto cosmico, c’è stato chi ha imparato a muoversi nel buio assoluto di una grotta del Supramonte, contando solo sulle proprie capacità e sul lavoro di squadra.
