Reportage dalla Cisgiordania di Susanna Bernoldi: sei attivisti italiani in missione tra soprusi, violenze dei coloni e una resistenza che profuma di timo e ulivo
«Noi rimarremo fino a che ci rimarranno il timo e l’ulivo». Queste parole, attribuite al poeta Mahmoud Darwish, non sono solo versi, ma l’espressione di un’incredibile determinazione. Esse incarnano la forza del popolo palestinese di restare aggrappato alla sua terra, alla sua cultura, agli ulivi che sono simbolo di identità e resilienza. Un’energia che, come racconta l’ attivista dell’AIFO Susanna Bernoldi (Associazione Amici di Raoul Follereau), anima anche la missione di solidarietà internazionale in corso in Cisgiordania. Sei attivisti italiani, uniti dalla volontà di giustizia, hanno scelto di dedicare parte della loro vita a sostenere i palestinesi contro quello che definiscono un progetto di colonizzazione violenta promosso da Israele e sostenuto dalle potenze occidentali. Un progetto che, secondo gli attivisti, mira alla completa annessione di Gaza e alla colonizzazione della Cisgiordania, riprendendo l’ideale del “grande stato israeliano” teorizzato dal movimento sionista di fine Ottocento.

Shandra, giornalista di Sinjil
La controversa retorica e la storia dei conflitti – L’attivista sottolinea come la propaganda legata alla Shoah venga usata da Israele come pretesto per dipingere gli arabi come terroristi. Un’accusa che, a suo dire, “dimentica” il passato di alcuni leader israeliani: Ben Gurion, Moshe Dayan e Menachem Begin furono a capo dell’Hagana, movimento un tempo ritenuto terrorista per gli attentati agli inglesi e i massacri nei villaggi palestinesi. Aggiungendo un monito drammatico, gli attivisti dichiarano: «Non si possono accettare queste nefandezze estreme: basterebbe l’interruzione dell’invio di armi da parte dei governi, ma la legge del profitto non ha barriere».

Husan-i bimbi delle scuole partecipano alla raccolta
Il diario di missione: quattro tappe sotto tiro – La missione degli attivisti si è snodata attraverso diverse tappe in Cisgiordania, un’area sempre più sotto pressione a causa degli insediamenti illegali e delle incursioni dei coloni.
Il primo villaggio raggiunto è stato Husan, nei pressi di Betlemme. Qui è stata consegnata una somma di 4.600 euro alla famiglia di Shireen, una donna imprigionata dal 18 giugno per solidarietà con la popolazione di Gaza. I fondi sono destinati alle spese legali. Per quattro giorni, il gruppo dei volontari ha lavorato con la famiglia nella raccolta delle olive, restando lontani dagli insediamenti illegali.
La seconda tappa, in un villaggio a nord nell’area di Salfit, vicino a Ramallah, ha visto incursioni brutali dei coloni che, secondo il racconto, agiscono con “totale impunità”. Si denuncia che Israele avrebbe sistematicamente violato accordi e confini. La tensione è altissima: «Ogni giorno è un’incognita», raccontano. Mentre si dirigevano a raccogliere le olive, hanno trovato un blindato israeliano attrezzato per sparare venti lacrimogeni alla volta. Sono stati respinti con il gas, ma l’aiuto tempestivo di alcuni palestinesi ha permesso loro di fuggire. Il giorno successivo, l’esercito ha concesso l’accesso ad alcune proprietà, ma la raccolta si è svolta con i coloni a pochi metri, intenti a fotografarli in segno di sfida.

Un momento degli scontri
In un altro villaggio, i coloni hanno usato lo spray al peperoncino contro i contadini. La violenza è stata temporaneamente frenata dalle IOF (Forze di Occupazione Israeliane), forse a seguito di un video diffuso in tutto il mondo che mostrava un colono aggredire con un bastone una donna palestinese e due giovani attivisti – un italiano e uno svedese – provocando loro ferite, ecchimosi e una frattura al braccio. Nonostante le dimissioni dall’ospedale con il gesso, i due sono subito tornati in campo.
A Beita, i volontari sono stati il 31 ottobre e il 4 novembre, in un villaggio simbolo di lotta popolare. Gli abitanti resistono all’occupazione illegale del monte Sabih, dove è stato legalizzato l’avamposto di Evyatar nel 2024. Dal 2020, Beita ha visto l’uccisione di almeno diciassette palestinesi, molti dei quali minorenni. L’attivista americano Amado Sison venne ferito e l’ambulanza bloccata. Qualche giorno dopo, la giovane americana Ayesenur, di 26 anni, fu uccisa da un cecchino con un colpo alla testa a manifestazione conclusa. «Questa non è difesa – scrivono gli attivisti – ma omicidio da parte dell’esercito più amorale del mondo». La raccolta delle olive è avvenuta in fretta, con i soldati a tre metri di distanza. Dopo, un gruppo di dieci coloni a volto coperto ha tentato l’assalto con bastoni, costringendo gli attivisti a fuggire. L’amara conclusione è che, a causa di tale violenza, si è costretti a raccogliere le olive «come ladri da un albero all’altro», con i palestinesi definiti “insetti” dal premio Nobel per la pace Menachem Begin.

Turmus Aya-Donna palestinese bastonata dal colono
L’ultima tappa ha riguardato un villaggio beduino parzialmente distrutto in precedenza dai coloni. Due attiviste italiane, insieme ad altri internazionali, si sono recate qui per un’azione di deterrenza. Descrivono un’atmosfera sospesa, quasi da Deserto dei Tartari di Buzzati: un’attesa che l’inevitabile succeda. Si fa la guardia di notte a turno per proteggere le famiglie, inclusa una donna incinta all’ottavo mese. Nonostante l’apparente calma, nel villaggio vicino le forze di occupazione feriscono e uccidono regolarmente. La mattina della visita, l’esercito è arrivato per arrestare un ragazzo ferito e bisognoso di cure urgenti.

Militari a in campo
Gli attivisti concludono la missione per ricordare che la pulizia etnica «non è iniziata il sette ottobre ma è nella mente e nel cuore dei governi israeliani che si sono succeduti». L’ultima notizia drammatica è l’introduzione della pena di morte per i palestinesi approvata in prima seduta dal Parlamento israeliano. «Partiamo con dentro i semi del coraggio, del saper lottare per i diritti che i palestinesi ci hanno donato. Loro rimarranno fino a che rimarrà il timo e l’ulivo».
