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Enzo Mari, calendari Timor e Formosa
Enzo Mari, calendari Timor e Formosa

 

“La vera cultura artistica consiste nel produrre arte. Se ci limitiamo semplicemente a osservarla e non tentiamo di produrla, compromettiamo il tipo di società in cui viviamo” ha detto Enzo Mari, tra i più grandi designer italiani del Novecento, morto ieri, 19 ottobre al San Raffaele di Milano a 88 anni.

Il vassoio Putrella, prodotto da Danese, che portò nelle case degli italiani (e non solo) un elemento grezzo da costruzione, come la trave edilizia, trasformandone l’uso con una “semplice” curvatura. Le sedie Soft Soft (Driade) e Delfina (Rexite), quasi due sculture nella loro essenzialità. Ma anche il cestino inclinato per gettare le carte In attesa, il calendario a parete Formosa (ancora Danese); le pentole Copernico e le posate Piuma (Zani&Zani); lo spremilimoni Squeezer (Alessi) e, tra i più recenti, il portaombrelli Eretteo e l’appendiabiti Togo (Magis). E

Sono almeno 1.500 gli oggetti diventati icone del Made in Italy che ha conquistato il mondo, eredità tangibile lasciata da Enzo Mari. Ma ancora più imponente è il lascito del suo pensiero, spesso provocatorio, polemico, fortemente politico, che sin dagli anni cinquanta ha spinto prepotentemente per un innovamento dell’intero concetto di design.

Nato nel 1932 a Cerano, nel novarese, studente a Brera dal ’52 al ’56 e poi milanese per sempre, cinque volte Compasso d’oro (l’ultimo alla carriera nel 2011), sin da subito Mari partecipa ai movimenti d’avanguardia legati al design, rifiutando sempre, però, l’idea dell’intellettuale lontano dal pubblico. Nel gruppo Arte cinetica conosce l’amico e collega Bruno Munari, che influenzerà parte dei suoi lavori futuri, come il celebre puzzle a incastro del ’56 16 animali. Nel 1957 conosce e sposa Gabiela Ferrario, in arte Iela Mari (scomparsa nel 2014) madre dei suoi due figli, lo scrittore Michele ed Agostina. Diventa poi coordinatore del gruppo Nuova Tendenza, di cui organizza l’esposizione alla Biennale di Zagabria del 1965.

Sempre in quegli anni conosce anche la curatrice e critica d’arte Lea Vergine (morta anche lei per complicanze legate al Covid poche ore dopo il marito), che diventerà la sua compagna fino all’ultimo. Attenzione massima ai materiali, con lo slogan “il nostro scopo è fare di te un partner” Mari ribalta il ruolo dell’utente finale, da consumatore passivo a fruitore di un oggetto e di un processo in cui ha parte attiva. “La pulsione al progetto – ripete più volte – è uno dei bisogni fondamentali dell’uomo. Uguale a quello della fame, cioè della sopravvivenza dell’individuo e uguale a quello del sesso, cioè della sopravvivenza della specie”. Considerato da molti “la coscienza dei designer”, è convinto che la creazione debba trasformare la società. Rifiuta il concetto di “merce” e si batte per un'”utopia democratica” della produzione, ovvero disegnare e produrre oggetti belli e utili per la gente comune. E nel ’74 è illuminato antesignano della rivoluzione che verrà con Proposta per un’autoprogettazione, istruzioni per la costruzione fai-da-te di mobili che invitava a interpretare in prima persona.

Docente alla Società Umanitaria di Milano, poi, negli anni, anche al Politecnico di Milano e all’Università di Parma espone in tutto il mondo, dalla mostra molto dibattuta “Falce e martello. Tre modi con cui un artista può contribuire alla lotta di classe” a Milano nel ’73, alle opere esposte alla Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma, al Moma di New York, il Triennale Design museum di Milano. Porta l’eccellenza del Made in Italy in tutto il mondo ridisegnando gli interni delle nostre case con oggetti di uso comune realizzati con le maggiori aziende del Paese, in particolare con Danese, ma anche Zanotta, Alessi, Rexite, Driade, Olivetti, Artemide, Ideal Standard, Flou e Robots. Tra i suoi libri più famosi, “25 modi per piantare un chiodo” (Ed. Mondadori), importante riflessione professionale sullo sfondo del design italiano del ‘900. Il legame con Milano è forte fino all’ultimo, tanto che lui stesso dona al Comune l’archivio con la sua attività dal 1952 al 2015. E solo la scorsa settimana la Triennale inaugura “Enzo Mari curated by Hans Ulrich Obrist with Francesca Giacomelli”, retrospettiva che oggi racconta oltre 60 anni di attività progettuale, dall’arte al design, dall’architettura alla filosofia, dalla didattica alla grafica (fino al 18 aprile 2021).

«Con la scomparsa di Enzo Mari, l’Italia perde uno dei più grandi maestri del design italiano del ‘900 – ricorda il Ministro dei beni culturali e turismo, Dario Franceschini – I suoi oggetti realizzati da aziende italiane ed esposti nelle più importanti istituzioni internazionali, hanno contribuito a diffondere la bellezza del Made in Italy nel mondo. Una personalità di grande spessore che, con la sua creatività, ha riempito d’orgoglio il nostro Paese».

«Un gigante del design italiano del Novecento – aggiunge il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Un artista di fama mondiale, creatore di icone leggendarie, un maestro che con la sua riflessione teorica ha formato generazioni di designer. Milano lo ricorderà sempre».

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