domenica 29 marzo 2020, Aggiornato alle 6:10
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Bosa rivive “s’Attitidu” e ritrova “Giolzi”, clou del su Carrasegare osincu

Bosa. Carrasegare osincu, s'Attitidu (foto P.G.V.)
Bosa. Carrasegare osincu, s'Attitidu (foto P.G.V.)

 

Una giornata di sole, quasi primaverile, ha visto lo svolgersi del clou del Carnevale Bosano, con la partecipazione di migliaia di persone: una serie interminabile di maschere, tutte rigorosamente vestite a lutto, maschi e femmine mascherati da vedova, hanno intonato i lamenti per lo stato pietoso di una bambola, spesso priva di arti, che, secondo il racconto, sarebbe stata reduce dai bagordi di carnevale, nel rito del così detto “Attitidu”, ovvero lamento funebre.

A sollievo della pupattola viene richiesto alle spettatrici presenti, che si prestano al gioco divertite, unu tichirigheddu de latte (un goccio di latte). A contorno del tutto una esposizione di falli che, nello spirito del Carnevale, non desta poi troppo scandalo.

Bosa. Carrasegare osincu, s'Attitidu (foto P.G.V.)

Bosa. Carrasegare osincu, s’Attitidu (foto P.G.V.)

Alla sera lo scenario muta completamente. Coloro che sono riusciti a superare indenni la fase mattiniera, si vestono di bianco e, con un lume, vanno alla ricerca di un misterioso personaggio che chiamano, a gran voce, “Giolzi, Giolzi”. Alla fine Giolzi verrà trovato, immancabilmente all’altezza dei genitali degli spettatori, anche qui con grande ilarità.

Inutile dire che, aldilà del gustoso racconto della pantomima inscenata dagli attori, una prima interpretazione di quello che sembrerebbe un rito proveniente dal profondo della storia, fu data dalla grande antropologa Clara Gallini, la quale vide nella pupattola smembrata la riproposizione di un “dema”, ovvero di una divinità primitiva che si divide e dona fecondità agli uomini, allegoria di una spiga di grano che si divide per dar luogo ad altre spighe. Figura mitica che si ritrova in diverse culture mediterranee. S’Attitidu insomma sarebbe un rito sulla morte e rinascita della natura all’alternarsi delle stagioni. La figura notturna di Giolzi, ovvero Giorgio, secondo un altro antropologo Francesco Alziator, rappresenterebbe un principio fecondatore, da “gheorghèo”, rappresentato in alcune culture di rito greco.

In sintesi al mattino le “attittadoras” piangono la morte di una divinità che rappresenta la natura morente e che la sera rinasce.

Pier Gavino Vacca

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