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Macomer. A processo per terrorismo: un anno fa voleva avvelenare le falde acquifere

Alhaj Ahmad Amin
Alhaj Ahmad Amin

Inizia il processo per Alhaj Ahmad Amin, 39 anni con passaporto palestinese, ma residente  in Libano.   Secondo la ricostruzione degli inquirenti Guido Pani e Danilo Tronci della Direzione antimafia della Procura di Cagliari, stava  lavorava ad un piano criminale che prevedeva l’avvelenamento con della “ricina” delle falde acquifere, acquedotti o serbatoi che fornivano acqua alle case di Macomer o ancora utilizzando antrace e pesticidi. Veleni potenti e ad azione rapida la cui contaminazione sarebbe avvenuta in breve tempo con conseguenze drammatiche. Ecco perché lo scorso anno era scattato l’arresto (APPROFONDISCI)

I Magistrati l’hanno considerato solo un atto preparatorio e non una vera e propria organizzazione, ma l’affiliazione dell’uomo all’organizzazione terroristica, per gli inquirenti, è dimostrata dalle intercettazioni e indagini sul campo.

Sarà la Corte d’assise di Cagliari a valutare le accuse che vedrà l’imputato difeso dall’avocato Angela Luisa Barria.

Alhaj Ahmad Amin,  era arrivato in Sardegna da un campo profughi in Libano, stabilitosi nel centro del Marghine, viveva con la moglie e i quattro figli nella palazzina al civico 42 di via Londra, nel quartiere di Scalarba. Era conosciuto da tutti come una persona tranquilla e nessuno ha mai sospettato che potesse avere intenzioni terroristiche.

La compagna, di origini marocchine, secondo la Digos, non aveva mai sospettato di avere in casa un potenziale terrorista. Non uno che si sarebbe immolato, ma che stava studiando un modo semplice per avvelenare le condotte idriche.

Dove e come ancora non è chiaro, perché la Direzione antimafia di Cagliari ha deciso di intervenire prima, con un mandato di arresto (firmato dal Gip) che aveva l’obiettivo di fermare il progetto prima che fosse troppo tardi.

Le indagini andavano avanti da quando la polizia libanese ha girato ai servizi di sicurezza italiani le informazioni raccolte subito dopo il fallito attacco alla caserma locale.

Nel giro di poche ore si è scoperto che il giovane palestinese abitava a Macomer e da quel momento gli agenti della Digos lo hanno seguito giorno e notte. Anche monitorando il suo cellulare e il computer, due strumenti che usava quotidianamente per seguire la dottrina dell’Isis e provare a procurarsi le sostanze chimiche necessarie a far scattare la contaminazione delle acque.

Il trentottenne era considerato molto pericoloso e per questo il bltz per bloccarlo è scattata a tempo di record. Le teste di cuoio sono piombate in Sardegna, e con un’operazione fulminea e il coordinamento tra polizia e uomini del Nocs l’aspirante attentatore è stato immediatamente immobilizzato, ammanettato e portato in commissariato.

Un’operazione importante il cui successo, è dovuto anche alla grande collaborazione tra l’ intelligence italiana, la polizia giudiziaria, l’Interpol e l’autorità giudiziaria libanese. Nell’arco di 24 ore le informazioni sul trentottenne poi arrestato sono passate dall’autorità giudiziaria libanese alla nostra intelligence e a Cagliari.

S.M . G.D,

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