A Bosa si consuma il rito de “s'attittidu” sotto gli occhi curiosi dei visitatori

mercoledì 22 maggio 2019, Aggiornato alle 17:06
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A Bosa si consuma il rito de “s’attittidu” sotto gli occhi curiosi dei visitatori

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Il Carnevale di Bosa (f.P.G.Vacca)
Il Carnevale di Bosa (f.P.G.Vacca)

 

Una folla straboccante, quasi incontenibile nel settecentesco corso bosano, ha consumato, ancora una volta, il rito de “s’attittidu”, il caratteristico e unico Carnevale di Bosa. Centinaia di improbabili donne, vestite e dipinte di nero, hanno pianto la agonia di una pupattola smembrata, quasi sempre corredata di simboli fallici, ricavati dai più svariati ortaggi, attribuendo le condizioni esangui della bambola ai bagordi di carnevale, ma chiedendo in soccorso, quasi come medicina rianimatrice, “unu tichirigheddu e latte”, ( un goccio di latte), specialmente alle signore e signorine presenti. La sera, verso il tardi, lo scenario è cambiato completamente e sono comparse delle figure vestite di bianco, con una lanterna in mano, che cercavano disperatamente “Giolzi moro”, una enigmatica figura che hanno trovato, immancabilmente, tra le gambe degli astanti, con grandi grida di gioia “ ciappadu, ciappadu”, (trovato, trovato). La pantomima, sia al mattino che alla sera, provoca l’ilarità dei presenti, ma la ripetitività che si protrae da sempre è troppo precisa per non dare adito a delle spiegazioni. Alcuni vi hanno voluto vedere la ripetizione di riti dionisiaci. Molto più probabile invece che sia la riproposizione di un rito agrario, di morte e rinascita della natura.

La bambola smembrata dovrebbe significare un “dema”, ovvero una divinità che si divide per dare origine ad altri esseri ed il latte, nella cultura mediterranea, è simbolo di rinascita. Il nero della morte viene sostituito la notte dal bianco, simbolo di rinascita e di fecondità, come certifica il ritrovamento di Giolzi. L’Alziator collegò il Giolgi bosano al verde Giorgio, simbolo di fecondità, che si celebra, a Carnevale, in qualche altra parte dell’Europa. Altri vedono nella riproposizione della pantomima dell’intera giornata la celebrazione di riti agrari di matrice mediterranea, come il mito di Iside e Osiride trapiantato in Sardegna dai Fenici che, secondo qualcuno, avevano il panteon egiziano come divinità minori, ma più vicine alla gente. L’afflusso di visitatori quest’anno è stato straordinario con grande soddisfazione degli operatori bosani.

Pier Gavino Vacca

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