Umili nella vita, monumentali sulla scena. Se n’è andato ieri sera a Roma, all’età di 88 anni, uno dei più grandi attori del teatro italiano, Paolo Bonacelli, figura capace di incarnare Uno, nessuno e centomila e di ridefinire il rapporto tra l’interprete e il personaggio, un’arte che a Nuoro era apparsa in tutta la sua potenza nella sua celebre interpretazione del Malato immaginario di Molière, nel 2014. Nel Capoluogo barbaricino il suo Argante nel Malato Immaginario non fu semplicemente un ruolo, ma una dimostrazione pratica della sua poetica: “Io non sono colui che porto in scena – diceva -, piuttosto sono l’accompagnatore della fantasia dell’autore”. La sua lettura del classico di Molière non si limitava al guitto ipocondriaco, ma offriva un protagonista vivo, reso tale dalla dizione sanguigna e dalle tonalità che, come la sua voce baritonale, potevano passare con disinvoltura dal suadente al roboante.
In scena, Bonacelli riempiva il palcoscenico senza le pose dei vecchi capocomici. Argante diventava un personaggio moderno, ironico e surreale, al confine con l’assurdo, grazie a quell’innato carisma che egli stesso riconduceva a una meticolosa preparazione e non all’identificazione totalizzante.

Paolo Bonacelli – Il Malato Immaginario (foto S.Novellu)
Nato a Civita Castellana, Bonacelli amava ironizzare sul suo successo, attribuendo tutta la sua fortuna ai suoi occhi verdi: “Senza quelli Alan Parker non avrebbe mai preso un italiano per fare il turco in Fuga di Mezzanotte e a Hollywood non ci sarei mai nemmeno passato. Non che mi interessasse tanto, ma pagavano bene!”, amava raccontare con la sua sonora risata.
Se il teatro è stato la sua “moglie” fedele, il cinema, che lui definiva la sua “amante”, lo ha reso popolare al grande pubblico. Dal terribile fascista di Salò di Pier Paolo Pasolini all’avvocato di Johnny Stecchino con Roberto Benigni. Ha lavorato con i più grandi: da Scola a Antonioni, da Bellocchio a Liliana Cavani, in una filmografia che supera i 100 titoli. Lo si è visto di recente alla Mostra di Venezia con In the Land of Dante.
Convertito al Buddhismo, l’attore cerca ora la sua reincarnazione, ma nella memoria della scena Paolo Bonacelli si reincarna ogni giorno. La sua scomparsa segna la fine di una generazione, quella dei Glauco Mauri e Romolo Valli, che sapeva essere monumentale senza essere artefatta, mantenendo sempre una profonda umiltà nella vita. Un’eleganza, una bravura, una versatilità – e quegli occhi verdi – che restano indimenticabili.
L’INTERVISTA DEL 2014:
