Antonio Cherubini, l’eroe di via del Pozzo tra la Grande Guerra e Indro Montanelli.
NUORO – Si chiamava Antonio Cherubini ma per i nuoresi è passato alla storia cittadina come Turuddone (grosso mestolo), forse per fisico alto e smilzo, un nome che gli sarebbe rimasto impresso per tutta la vita come un marchio di fabbrica, e con quel nome era conosciuto da tutti. A dire il vero, i nuoresi seppero il suo vero cognome solo casualmente, quando un giorno fu processato per la rivendita di cani, di cui il sindaco lo aveva designato accalappiatore. Di professione infatti faceva l’accalappiacani comunale, anche se il suo incarico primario fosse quello di banditore comunale.

Turuddone da anziano
Era nato a Nuoro il 5 settembre del 1897 in via del Pozzo, in quel di Seuna; all’età di 18 anni, nel settembre del 1915, partì volontario per la Grande guerra dove si distinse combattendo valorosamente nel 12° Reggimento bersaglieri, questo, dopo il congedo ottenuto nel 1918, gli permise in seguito come reduce, di ottenere un posto di lavoro nella pubblica amministrazione. E così, una volta andato in pensione il vecchio banditore comunale Ziu Dionisi, un’ex appuntato dei Carabinieri Reali che lanciava il suo bando dopo un forte rullo di tamburo, l’incarico passò al giovane Turuddone, anche lui come il suo predecessore con un passato in divisa militare, che messo da parte il vecchio tamburo del suo predecessore preferì annunciare i suoi “consigli per gli acquisti”, obbligatoriamente in limba, con un prolungato squillo di cornetta, per poi attaccare con la solita litania: “Iscurtae, iscurtae! … “. Finito il giro, lo stanco banditore placava l’arsura con abbondanti bevute di vino nella bettola di “Ziu Conchedda”, nella parte alta del Corso Garibaldi, per poi concedersi, da miles gloriosus, al racconto di episodi di eroismo vissuti durante la Grande Guerra che gli avevano valso le quattordici medaglie che portava sempre sul petto.
E così lo ricorda il grande giornalista Indro Montanelli, che dal 1917 al 1921, visse con la famiglia a Nuoro, in quanto suo padre Sestilio, ricopriva l’incarico di preside della Scuola Normale cittadina, e che da anziano ricordava l’amico Turuddone come il suo eroe e dei suoi compagni di giochi che aveva posto sotto la sua protezione: «[Turuddone] era sempre reperibile nella bettola di Ziu Conchedda, dove noialtri, di quando in quando, s’affacciava la testa per cantare questa quartina: “Ziu Conchedda – Vino e liquori – Scritto a colori – Virgola nera”. Nessuno ha mai capito – continuava Montanelli – perché questi quinquenari innocenti e puramente descrittivi dell’insegna della bottega ne mandassero in bestia il titolare che, appena ci vedeva apparire, s’avventava su di noi e Dio sa cosa ci avrebbe fatto, se Turuddone, balzando dal tavolo, non gli avesse regolarmente sbarrato la strada coprendoci con le sue larghe spalle e le quattordici medaglie».

Mussolini saluta Turuddone
Riguardo alle medaglie, erano molti i nuoresi a dubitare sulla loro autenticità, e questo faceva infuriare il titolare – aggiungeva Montanelli – che le aveva accreditate a furia di scazzottate con gli increduli denigratori. Ogni volta, dopo qualche bevuta più abbondante del solito si apprestava a raccontare qualcuna delle su imprese guerresche, traeva di tasca un pugnale da “ardito”, ricordo della guerra, e, a mo’ di ammonimento, lo piantava in mezzo al tavolo. Poi ci stendeva una mano sopra pronunciando minacciosamente in sardo: ”juro chi lu cravo in brente a chie ata itte narrere!” (giuro che lo ficco in pancia a chi muove obbiezioni). Nel 1922, alla salita al potere del fascismo, Turuddone apprese la notizia leggendo i giornali dell’epoca, e ritornando indietro con la mente alle avventure militari di sergente del 12° Reggimento bersaglieri si ricordò di un suo amico compagno d’armi, un suo subalterno, il caporale Benito Mussolini, diventato il Duce del fascismo. Naturalmente il fatto divenne argomento nella bettola di “Ziu Conchedda” di accese discussioni tra Turoddone che asseriva la sua autorità gerarchica su l’allora caporale Benito Mussolini e i suoi denigratori che lo snobbavano tra le grasse risate e abbondanti bevute. A tutto questo l’ex sergente Cherubini andava su tutte le furie, promettendo vendetta, a dimostrazione circa la veridicità riguardo all’amicizia con il suo ex subalterno, il caporale Benito Mussolini, magari in occasione di una sua prossima visita ufficiale del Duce a Nuoro. Consapevole che la vendetta era un piatto che andava servito freddo, il vecchio sergente attese vent’anni l’occasione.

Mussolini saluta Turuddone
E l’occasione venne il 13 maggio del 1942, quando il Duce con i suoi gerarchi al seguito, venne a Nuoro in visita ufficiale, e dopo l’uscita alle ore 9 dal Palazzo del Governo e aver visitato i luoghi previsti dalla visita, fatta fermare l’auto percorse a piedi con il seguito il centro cittadino. E fu allora che da un gruppo di nuoresi in attesa ai lati della strada, venne fuori l’ormai quarantacinquenne ex sergente Cherubini, che in camicia nera, con le immancabili onorificenze appuntate sul petto, fece uno scatto in avanti, con il braccio alzato in un’impeccabile saluto fascista (l’avvenimento è autenticato dal servizio stampa al seguito della visita di Mussolini a Nuoro nel 1942– n.d.a.). Il Duce a quel punto riconobbe il suo vecchio compagno d’armi, lo abbracciò con affetto e ricambiò col saluto fascista. E fu che allora che Turuddone si rivolse sorridente e soddisfatto, voltandosi verso i denigratori nuoresi che rimasero impietriti e attoniti. Tutto questo per l’ex sergente, naturalmente rimase indiscusso argomento da affrontare – senza contraddittorio – tra le abbondanti bevute nella bettola di Ziu Conchedda. Carico di ricordi e memorie del glorioso passato di guerresche imprese, con le medaglie gelosamente custodite, Turuddone mori a Nuoro, nella sua casetta di piazzetta Bonghi in un freddo mattino del 28 gennaio 1968.
