È morto Umberto Bossi, il Senatur che ha cambiato la politica italiana

Salvatore

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È morto Umberto Bossi, il Senatur che ha cambiato la politica italiana

venerdì 20 Marzo 2026 - 07:59
È morto Umberto Bossi, il Senatur che ha cambiato la politica italiana

È morto Umberto Bossi, il fondatore della Lega Nord scomparso all’età di 84 anni. La parabola di Umberto Bossi rappresenta un caso unico nella storia repubblicana, una traiettoria che trasforma un giovane studente di medicina in quello che per tutti sarebbe diventato il Senatùr, approdato a palazzo madama nel 1987. Da quel momento, il panorama politico italiano non sarebbe più stato lo stesso, travolto da una narrazione che metteva al centro la lotta contro “Roma ladrona” e l’invenzione politica della Padania. Bossi non è stato solo un leader, ma il creatore di un linguaggio brutale e radicale, capace di far entrare nei vocabolari termini come “celodurismo” per definire un atteggiamento di intransigenza assoluta, portato con orgoglio fin dentro le stanze del governo.

Nonostante l’immagine dell‘uomo in canotta bianca, con il sigaro perennemente acceso e incline alla “diplomazia d’urto” fatta di gesti medi e pernacchie, Bossi dichiarava di ispirarsi a figure come Luigi Sturzo e Konrad Adenauer. Questa dualità ha segnato tutta la sua carriera, oscillando tra le bordate scagliate nel 1989 contro immigrati e omosessuali e il ruolo di ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione. Il suo nome resta indissolubilmente legato a quello di Gianfranco Fini, che pure lo definì “Attila della politica“, nella controversa legge sull’immigrazione clandestina, ma ancor di più a quello di Silvio Berlusconi. Il rapporto con il cavaliere è stato un complesso intreccio di rivalità accesa e alleanza ferrea, culminato in un’amicizia che Bossi ha onorato fino alla fine.

Le radici del suo pensiero affondano negli ideali autonomisti di Bruno Salvadori, incontrato dopo una giovinezza vissuta come “ragazzo della via Gluck”. Bossi ha saputo trasformare quei fermenti regionalisti in una forza nazionale capace di svuotare i partiti storici durante la tempesta di Tangentopoli. Sebbene inizialmente vicino al pool di Milano, con gesti eclatanti come il cappio mostrato in aula da un suo deputato, anche la sua Lega dovette affrontare le ombre del finanziamento illecito legato al caso Montedison. Il malore del 2004 ha poi diradato le sue presenze pubbliche, ma non ha scalfito il mito costruito tra il rito dell’ampolla sul Po e le adunate di Pontida. Anche gli episodi più aspri, come le offese a Giorgio Napolitano che gli costarono una condanna per vilipendio poi condonata dalla grazia di Sergio Mattarella nel 2019, restano tasselli di una figura che ha saputo interpretare la pancia del settentrione come nessun altro prima di lui.

Nato a Cassano Magnago nel 1941, la sua figura ha attraversato decenni di storia repubblicana, lasciando un’impronta indelebile nelle istituzioni e nel costume politico del Paese. La notizia della sua scomparsa ha suscitato un vasto moto di cordoglio che unisce trasversalmente l’intero arco costituzionale, segno dell’impatto profondo che il Senatur ha avuto sulla vita pubblica nazionale. Giorgia Meloni ha sottolineato come Bossi abbia segnato una fase cruciale della storia d’Italia, fornendo un contributo fondamentale alla nascita del primo centrodestra. Alle parole della presidente del consiglio si sono unite quelle del presidente della repubblica Sergio Mattarella, il quale ha ricordato il leader come un animatore politico appassionato e un sincero democratico, protagonista di una lunga e intensa stagione parlamentare.

All’interno del suo movimento, il dolore assume una dimensione profondamente umana. Matteo Salvini lo ha salutato con commozione nel giorno della festa del papà, ricordando l’incontro avvenuto quando era appena diciassettenne e ribadendo la determinazione a proseguire sulla strada della libertà da lui tracciata. Roberto Calderoli, visibilmente colpito, ha parlato di un secondo padre sia umano che politico, sottolineando l’impegno a portare a compimento l’autonomia dei territori, considerato il vero lascito del fondatore, dopo decenni trascorsi insieme tra comizi e la storica sede di via bellerio. Anche gli alleati di governo hanno reso omaggio alla memoria del leader leghista. Antonio Tajani ha richiamato lo stretto legame di amicizia che univa Bossi a Silvio Berlusconi, definendolo un protagonista del cambiamento.

Guido Crosetto ha voluto condividere un aneddoto personale risalente a una sessione della legge di bilancio, descrivendo un Bossi pragmatico e realista che intervenne con buonsenso per sbloccare un’impasse sui fondi per i lavoratori socialmente utili e i dissalatori in Sicilia. Ignazio La Russa ha espresso il rammarico per non essere riuscito a visitarlo un’ultima volta, descrivendolo come un gigante capace di interpretare gli umori del settentrione. Daniela Santanchè ha aggiunto che Bossi ha saputo dare voce alla cosiddetta maggioranza silenziosa.

Il riconoscimento del valore di Bossi ha superato i confini della maggioranza, trovando riscontro nelle parole degli avversari di sempre. Elly Schlein ha espresso le condoglianze del PD, mentre Pierluigi Bersani lo ha definito l’avversario più dignitoso e stimato della sua vita politica. Anche Matteo Renzi e Giuseppe Conte, a nome del M5S, hanno riconosciuto in lui un pezzo fondamentale della storia recente, un uomo di tempra e passione che ha profondamente influenzato l’evoluzione dei linguaggi e delle dinamiche del potere in Italia.

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