Le parole di Donald Trump tornano a far tremare gli equilibri della NATO, riaprendo una frattura mai del tutto sanata tra gli Stati Uniti e gli alleati europei. Durante recenti interventi pubblici, il presidente americano ha riproposto con toni ancora più espliciti una visione già emersa in passato: la difesa comune non può essere data per scontata. Secondo Trump, gli Stati Uniti non dovrebbero continuare a farsi carico della sicurezza di quei Paesi che non contribuiscono in modo adeguato, né sul piano economico né su quello operativo alle operazioni militari nello stretto di Hormuz. . Parole che, in alcuni passaggi, si sono spinte fino a mettere in discussione il principio stesso della difesa collettiva, pilastro fondante dell’Alleanza Atlantica. Un messaggio che, pur inserito nel contesto della campagna politica americana, ha avuto un’eco immediata ben oltre l’oceano. La crisi, inaspritasi a seguito della chiusura del vitale passaggio petrolifero da parte di Teheran, ha visto Washington sollecitare l’invio di dragamine e forze d’assalto per neutralizzare le minacce lungo le coste iraniane, legando la sopravvivenza stessa dell’Alleanza Atlantica alla partecipazione diretta a quello che molti partner definiscono un conflitto non contemplato dai trattati originari.
L’EUROPA – La risposta delle cancellerie europee è stata immediata e improntata a una netta resistenza, con il cancelliere tedesco Friedrich Merz che ha seccamente respinto la richiesta affermando che la questione di Hormuz non rientra nelle competenze della NATO. In Spagna, il governo di Pedro Sánchez ha assunto una posizione ancora più dura, rifiutando l’uso delle proprie basi per attacchi contro l’Iran e dichiarando che la nazione non agirà come un vassallo, sollevando un’ondata di solidarietà da parte della Commissione europea che vede nelle minacce commerciali di Trump un tentativo di destabilizzare l’unità del blocco. Anche il primo ministro britannico Keir Starmer ha mostrato cautela, resistendo alle pressioni per l’invio di navi da guerra nel timore che il Regno Unito possa essere trascinato in una escalation bellica regionale dalle conseguenze imprevedibili, preferendo invece puntare su una gestione diplomatica della crisi.
L’ITALIA – In questo clima di crescente pressione internazionale, la posizione dell’Italia si è distinta per una ferma cautela, con il governo che ha espresso chiaramente la volontà di non farsi trascinare in un conflitto diretto. Il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, intervenendo nell’aula del senato, ha ribadito che l’Italia non prende parte e non intende partecipare alle operazioni militari a guida statunitense e israeliana contro l’Iran, sottolineando come la nazione non sia in guerra e intenda mantenere fede ai propri principi costituzionali. La premier ha espresso profondo stupore per i toni utilizzati dalla Casa Bianca, definendo inaccettabili le affermazioni che sminuiscono il contributo degli alleati e ricordando a Donald Trump che un’amicizia storica richiede rispetto reciproco, condizione fondamentale per la solidarietà atlantica.
LA CINA – In questo scenario di frammentazione occidentale, Pechino si muove con estrema prudenza pur essendo finita nel mirino della diplomazia di pressione della Casa Bianca. Trump ha infatti sollecitato la Cina a contribuire militarmente alla riapertura dello stretto, evidenziando come l’economia cinese dipenda per il 90% dalle forniture petrolifere che transitano in quell’area, e ha minacciato di rinviare il vertice bilaterale previsto a Pechino con Xi Jinping se non giungeranno segnali di cooperazione. La risposta del ministero degli esteri cinese è rimasta evasiva, limitandosi a un appello generale alla cessazione delle ostilità e al mantenimento della stabilità globale, evitando però di commentare direttamente le richieste di invio di unità navali. Questa posizione riflette la strategia cinese di presentarsi come un attore di equilibrio, mentre le tensioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati storici sulla spesa militare e sulla gestione della NATO sembrano offrire nuovi spazi di manovra geopolitica alla leadership asiatica.
