BORORE – Il legame tra la Sardegna e la viticoltura non è solo una tradizione, ma un primato scritto nella terra e nel tempo. L’amministrazione comunale di Borore ha ufficializzato, con la delibera di consiglio numero 9 dello scorso 23 febbraio, l’ingresso del paese nell’associazione nazionale Città del Vino. Si tratta di un atto amministrativo che affonda le sue radici in un passato lontanissimo, richiamando l’attenzione su una delle scoperte archeologiche più significative del Mediterraneo: i vinaccioli di Cannonau rinvenuti nel sito di Duos Nuraghes.

Tore Ghisu (foto S.Novellu)

Tore Ghisu (foto S.Novellu)
UNA SCOPERTA RIVOLUZIONARIA – Alla fine degli anni Novanta, l’equipe guidata dall’archeologo statunitense Gary Webster, insieme alla moglie Maud, portò alla luce resti botanici durante gli scavi nel complesso nuragico bororese. Le analisi condotte dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca hanno certificato che quei piccoli semi di uva risalgono al 1800 a.C. La portata del ritrovamento è storica: la Sardegna non ha semplicemente ereditato la vite dai Fenici, ma la coltivava e la domesticava già in epoca nuragica, posizionandosi come una delle culle mondiali della viticoltura.
STRATEGIA PER IL TERRITORIO – Partendo da questo orgoglio identitario, il sindaco Salvatore Ghisu ha illustrato in aula le ragioni di un’adesione che punta a trasformare il patrimonio archeologico in un volano economico. L’investimento di circa 1.700 euro rappresenta il primo passo di una strategia volta a connettere la storia arcaica del Cannonau con le produzioni d’eccellenza attuali. L’obiettivo è promuovere un turismo enogastronomico capace di offrire un viaggio nel tempo attraverso i sapori e le architetture di pietra del territorio.
IL COINVOLGIMENTO DEI VIGNAIOLI – La delibera, approvata all’unanimità dal consiglio e immediatamente eseguibile, apre la strada a nuove iniziative di animazione culturale e al coinvolgimento diretto dei vignaioli locali. In un contesto di difesa dei servizi e dell’economia isolana, Borore sceglie di ripartire dalle proprie radici profonde: quelle che, quattromila anni fa, nutrivano già i primi ceppi di vite all’ombra delle grandi torri nuragiche.
