Algoritmo social lede i più giovani: TikTok e Snap patteggiano per evitare il processo

Salvatore

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Algoritmo social lede i più giovani: TikTok e Snap patteggiano per evitare il processo

mercoledì 28 Gennaio 2026 - 20:32
Algoritmo social lede i più giovani: TikTok e Snap patteggiano per evitare il processo

Algoritmi creati per hackerare il cervello dei minori e creare un dipendenza, che migliaia di famiglie accusano di aver volutamente alimentato ansia e depressione giovanile


Non è stato il “grande botto” che molti si aspettavano in aula, ma uno strategico passo indietro che parla più di mille testimonianze. Alla vigilia di quello che doveva essere il primo processo pubblico sulla responsabilità dei social media nella crisi della salute mentale giovanile, il fronte della difesa ha perso i suoi primi pezzi. TikTok e Snap Inc. hanno alzato bandiera bianca, siglando un patteggiamento che chiude – almeno per loro – la stagione dei tribunali. Si tratta di un momento di rottura, dopo anni i cui i colossi del web si sono trincerati dietro lo scudo della libertà di espressione e dell’intangibilità dei loro codici, accusati da migliaia di famiglie di aver indotto nei propri figli dipendenza, ansia e depressione, la strategia del muro contro muro ha iniziato a vacillare.
Ma perché proprio ora? La mossa di Snap Inc. e di TikTok appare come un tentativo di limitare i danni. Portare un caso simile davanti a una giuria popolare californiana rappresentava un rischio d’immagine ed economico troppo elevato. Meglio pagare una somma ingente – che resta al momento blindata da clausole di riservatezza – piuttosto che permettere che i segreti del propri software finiscano sotto i riflettori di una pubblica udienza. Mentre queste due piattaforme scelgono la via diplomatica, Meta e Google restano invece arroccate sulle loro posizioni. Mark Zuckerberg e i vertici di YouTube sembrano decisi a difendere la legittimità dei loro prodotti, sostenendo che la responsabilità di ciò che accade online non possa ricadere interamente su chi gestisce il contenitore.
Il cuore della disputa non riguarda solo i bulli o i contenuti tossici, ma il modo stesso in cui le app sono costruite. L’accusa mossa dai legali dei minori, tra cui spicca il caso della diciannovenne KGM, è che le piattaforme siano state progettate come slot machine digitali, capaci di sfruttare le fragilità neurobiologiche degli adolescenti. “Le aziende sapevano che i loro prodotti stavano creando una generazione di giovani intrappolati in un ciclo di dipendenza“, è il leitmotiv che ha spinto i giudici a non archiviare le cause, portandole fino alla soglia del dibattimento.
Questi patteggiamenti creano un precedente pesantissimo. Se da un lato chiudono singoli contenziosi, dall’altro suonano come un’ammissione implicita di vulnerabilità. La crepa nel muro della Silicon Valley è ormai visibile e potrebbe spingere molti altri stati americani, e forse anche i regolatori europei, a pretendere cambiamenti strutturali e non solo semplici messaggi di allerta sul tempo di utilizzo. Il processo prosegue per gli altri imputati, ma l’atmosfera a via First Street, dove ha sede il tribunale, è cambiata: l’era dell’impunità digitale sembra aver imboccato la via del tramonto. (S.NOVELLU)

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