NUORO – C’è un filo invisibile che lega Roma a Nuoro, un filo che negli ultimi anni si è teso fino a diventare un cappio logistico e sociale. La notizia che il Consiglio Comunale si appresti a discutere la trasformazione di Badu ’e Carros in un polo esclusivo per il 41-bis non è solo un cambio di insegna burocratico, ma la conferma di un disegno politico preciso: la Sardegna è stata eletta come la “cassaforte” dello Stato.
Per capire perché lo Stato abbia scelto di chiudere la Sardegna in cella, bisogna guardare ai numeri e alla geografia. Con la possibile riconversione dell’istituto nuorese, l’isola consolida un primato nazionale inquietante, ospitando quasi il 25% delle strutture destinate al regime del carcere duro. Una scelta che poggia su un paradosso geografico: l’insularità, storicamente condanna economica e sociale per i sardi, diventa per il Ministero della Giustizia un asset strategico imbattibile. Il mare non è più un ostacolo ai trasporti, ma un fossato naturale che garantisce quell’isolamento richiesto dai trattati internazionali e dalle norme di massima sicurezza.
Tuttavia, questa “vocazione” imposta dall’alto sta trasformando il volto del sistema penitenziario regionale. Se Badu ’e Carros dovesse blindarsi definitivamente dietro le restrizioni del 41-bis, si aprirebbe il dramma dei detenuti comuni. Sfrattare chi deve scontare pene ordinarie significa deportare sardi fuori dall’isola o ammassarli in altre strutture già sature, recidendo i legami familiari e calpestando il principio costituzionale della rieducazione del condannato.
Il sospetto, sollevato con forza dal gruppo dei Riformisti (Ivo Carboni, Leonardo Moro e Gimpiero Barbagli) è che dietro questa gestione ci sia una visione della Sardegna come territorio “sacrificabile”. È la stessa logica che riaffiora periodicamente quando si parla di scorie nucleari o di servitù militari: approfittare di un territorio geologicamente stabile e demograficamente debole per risolvere i problemi che le regioni del Nord o del Centro non sono disposte ad accettare. La “scelta” dello Stato appare quindi come una scorciatoia amministrativa piuttosto che una strategia di sicurezza lungimirante.
Chiudere la Sardegna in cella significa anche ignorare i costi indiretti: la pressione sulle forze dell’ordine locali, l’indotto economico che si sposta, la percezione di un territorio che, invece di attrarre investimenti e sviluppo, diventa il terminale dei segreti e dei veleni della criminalità organizzata nazionale. Il dibattito in Consiglio Comunale è l’ultima chiamata per la politica sarda: accettare il ruolo di guardiani del Paese o rivendicare il diritto a una destinazione d’uso diversa per la propria terra.
