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Si accendono i fuochi di Sant’Antonio e, tra sacro e profano, inizia il Carnevale

Il fuoco di Sant'Antonio ai Giardini di pizza V.Emanuele (foto S.Novellu)
Il fuoco di Sant'Antonio ai Giardini di pizza V.Emanuele (foto S.Novellu)

 

I fuochi di Sant’Antonio Abate accendono le piazze dei paesi della Sardegna centrale, dove da millenni si ripetono i riti propiziatori in un misto di tradizioni sacre e pagane. Riti suggestivi e misteriosi che iniziano il pomeriggio del 16 gennaio con su Pesperu (il Vespro), quando il simulacro di Sant’Antonio Abate viene portato in processione intorno al fuoco e poi benedetto dal prete, e prosegue nella giornata del 17.

Finita la cerimonia religiosa, in diversi paesi della Barbagia inizia il rito pagano che segna l’avvio del Carnevale con la prima uscita delle maschere tradizionali, tra festa e misticismo: i Mamuthones e Issohadores a Mamoiada, i Boes, Merdules e Sa Filonzana a Ottana, i Thurpos a Orotelli. Maschere nere dai volti inquietanti con pelli di pecora e campanacci cuciti sulle vesti, si muovono intorno ai falò dando vita a una danza propiziatoria per allontanare gli spiriti maligni e favorire annate agrarie abbondanti.

Il fuoco diventa elemento di aggregazione, simbolo di unione della comunità e occasione di divertimento: ai lati vengono improvvisati i balli sardi, si beve un bicchiere in compagnia e si mangiano piatti di fav’e lardu in un’atmosfera magica, tutta da vivere.

«È un momento molto sentito nella comunità, ma anche per i visitatori sempre più numerosi – spiega Mario Paffi, direttore del Museo delle Maschere di Mamoiada – Sono giornate in cui si crea una atmosfera fantastica: riti che ci riportano indietro nel tempo, che ispirano aggregazione e festa. I due gruppi in maschera si dividono tra i 40 fuochi del paese, in ognuno dei quali danno vita al loro rito propiziatorio. Ma prima ancora c’è il momento della vestizione delle maschere, la visita nelle cantine del Cannonau e nelle botteghe artigiane. La cultura identitaria tramandata da millenni è il miglior biglietto da visita per promuovere i nostri paesi» chiarisce Paffi.

«A Ottana, quella dei fuochi, è la festa più sentita nella quale ritrovarsi, incontrare amici e forestieri che da noi trovano ospitalità e accoglienza – racconta Elisa Niola, presidente dell’associazione Sa Filonzana -: dopo la danza delle maschere intorno al fuoco si balla, si mangia e si beve tutti insieme. Una tradizione nella quale investe molto la nostra amministrazione comunale e coinvolge tutte le associazioni, la Proloco, l’associazione Boes e Merdules Bezzos, il comitato di Sant’Antonio, tutti impegnati per promuovere la nostra cultura e tramandarla ai più giovani».

A Orotelli il rito religioso è intensamente sentito, ma poi chi sfila in processione si prepara per l’inizio del rito pagano. «Dopo la messa i fedeli sfilano intorno al falò: dopo i tre giri di rito e la benedizione del prete, viene distribuito a tutti il pane votivo di Sant’Antonio e su Pistiddu, un dolce tipico in onore del santo – sintetizza il sindaco Nannino Marteddu. Si aspetta che il corteo rientri in chiesa prima che inizi la vestizione e la danza dei Thurpos, un rituale che proprizia l’annata agraria. E mentre le maschere si anneriscono con la fuliggine del sughero bruciato, le persone ballano, bevono e mangiano, nell’atmosfera di festa che ci permette di tenere unite le nostre comunità e ospitare i visitatori, ai quali offrire divertimento, cibo e vino a volontà».

M.G.F.

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