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“Mamme fuori mercato”: un corto impeccabile sulle difficoltà lavorative delle donne-madri

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La proiezione del Film al Teatro Eliseo di Nuoro (f. Giulia Carta)

Di Matteo Brotzu

Mamme fuori mercato” (Mums Shut out of the Jobs Market) è un corto impeccabile. Pochi minuti per raccontare un capitolo nella vita della protagonista, una donna determinata alla ricerca della felicità. Ma, soprattutto, una madre alla ricerca di un lavoro. Dopo aver vinto il premio al Calcutta International Cult Film Festival nella categoria Best Film On Women, la regista PJ Gambioli ha presentato lunedì 13 maggio 2019 la pellicola al Teatro Eliseo di Nuoro, nella sua città natale, e lo accompagnerà in tour in 8 sale. L’emozionante film, realizzato grazie ad una serratissima campagna di crowdfunding, ora candidato in oltre 30 festival internazionali del cortometraggio, ha l’obbiettivo di portare sotto i riflettori del cinema sociale le difficoltà delle donne-madri a collocarsi nel mondo del lavoro.

La regista PJ Gambioli e la produttrice Monica Cappiello (f.Giulia Carta)

La maternità significa entrare in un misterioso universo, con gioie e dolori dietro ogni angolo, grandissime soddisfazioni e altrettante frustrazioni. Diventare madre è una delle esperienze più umane che esistano, “normale” perché universale. Nonostante sia l’unico lavoro realmente 24 ore su 24, dalla fine del ‘800 il lavoro femminile è una realtà che è stata progressivamente protetta e tutelata. Perlomeno, così si credeva nel civile, istruito e democratico mondo occidentale… Peccato che in Italia non funzioni così! Ormai sembra una battuta, ma l’Italia non è un paese per giovani, tanto meno per neo-genitori. Le mamme che vorrebbero lavorare, o mantenere il posto di lavoro, affrontano un calvario di rifiuti, estorsioni, minacce e ogni genere di coercizioni da parte dei datori di lavoro. Perché in Italia la donna ha pari diritti solamente sulla carta. La dignità di avere un lavoro è un orizzonte ancora lontano. Eppure è scritto all’articolo 4 della Costituzione Italiana: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto, ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” La Repubblica promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto… progresso materiale o spirituale della società… La Repubblica Italiana, non altri paesi illuminati. Anche se la nostra nazione ha un basso tasso di occupazione femminile, questo non dovrebbe influenzare la promessa fatta sul contratto più sacro del nostro paese. Invece l’Italia è quella del foglio di dimissioni in bianco se vuoi accettare un lavoro, è quella della scrivania occupata da una stagista quando si ritorna dalla maternità. È il posto dove la parcella della donna è troppo spesso inferiore a quella dell’uomo, nonostante il livello di istruzione delle donne dal 2008 al 2017 risulti più elevato di quello maschile: il 63,0% ha almeno un titolo secondario superiore (contro 58,8% degli uomini) e il 21,5% ha conseguito un titolo di studio terziario (contro 15,8% degli uomini). Inoltre, i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili (dati ISTAT).

La maternità è entrare in un universo di luci e ombre ma, in Italia, significa uscire dalla porta di servizio del mondo del lavoro. Ignorate, sminuite, talvolta disprezzate e umiliate. Vergognoso nella terra che ha fatto della figura materna il fulcro della nostra esistenza tricolore.

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