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Crono: a colloquio con il rapper di Siniscola

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La copertina dell'ultimo disco di Pietro Columbu, in arte Crono

La copertina dell’ultimo disco di Pietro Columbu, in arte Crono

Il talento non è mai “Troppo banale”

Tra mille anni, cosa rimarrà della nostra generazione? E a noi, oggi, cosa rimane del passato? Rimangono i geni e i talenti.

A proposito di talenti, siamo sicuri che la nostra regione, in campo musicale oggi non ne abbia da esprimere?

Crediamo di si e oggi vorremmo sottoporre alla vostra attenzione quello che reputiamo un talento e che risponde al nome di Pietro Columbu.

Diciannove anni, nato a Nuoro ma residente a Siniscola, barba nera e una enorme passione: il rap. Crono, questo è il suo nome d’arte, qualche giorno fa ha condiviso il suo ultimo album dal titolo Troppo banale sul proprio canale youtube. Un album che ha un qualcosa di speciale e in cui vengono trattati temi importanti; uno dei quali è l’emigrazione dei sardi a causa delle poche possibilità che offre l’isola.

Vi proponiamo un’intervista esclusiva che il rapper siniscolese nei giorni scorsi ha rilasciato a Cronache Nuoresi:

Partiamo dall’inizio… il tuo nome d’arte è “Crono”, qual’è il  suo significato? Crono era un’antichissima divinità della Grecia antica; padre di Zeus e marito di Rhea, detta anche Cibele o “madre degli dei”, è conosciuto sopratutto per la pratica di mangiare i propri figli; un oracolo gli predisse il futuro dicendo che uno di questi l’avrebbe spodestato dal trono. Io ho scelto questo nome più per il significato che gli venne dato dopo, cioè Crono, o Chronos come “Tempo che divora e distrugge tutto ciò che crea”, in quanto vedo il tempo come una vera e propria divinità incosciente delle proprie azioni, pensiamo a una trebbiatrice lasciata accesa all’interno di un vigneto senza un conducente che la guidi. Questo mi affascina, da qui la scelta del nome, anche se negli anni ho conservato ben quattro a.k.a (also know as/conosciuto anche come), cambiandoli ogni tanto, fino a quello definitivo che è questo.

Il tuo ultimo album si intitola ‘Troppo banale’.  Cosa è troppo banale? Partiamo dal presupposto che in una società come quella in cui viviamo tutto è ridondante; persino il modo di porsi davanti ai problemi lo è, anche quando i problemi sono diversi gli uni dagli altri. Da qui nasce la banalità e io ci ho fatto sopra dell’ironia usando appunto un titolo del genere. Oltre a questo, se tu ascolti il pezzo principale dell’album ti accorgi che persino la tecnica e il tipo di rime possono essere etichettate come “troppo banali”; e la banalità nella tecnica è volontaria per quanto i contenuti in ogni caso ci siano e anche forti.

Nel tuo album tratti diversi temi, qual è per te il più importante? Direi l’emigrazione nel pezzo eseguito con Dis, anche se ad ascoltarla dal di fuori, dopo averla registrata, forse ne ho parlato in modo troppo enigmatico, descrivendo situazioni che ho vissuto io e che un’altro potrebbe non comprendere. 

In questo album hai collaborato con altri artisti? E poi, quanto tempo hai impiegato a comporre queste 12 tracce? Un anno e qualche mese, all’incirca; ma ti dirò che trovare gli artisti è stato il problema minore; quello peggiore è stato costruire bene le basi, perché ho cercato di fare un qualcosa che si avvicinasse maggiormente ai suoni odierni, ci sarò riuscito? Penso lo scoprirò tra qualche anno, guardando ad oggi in maniera più oggettiva ed imparziale. 

Qual è, se c’è, uno dei motivi che ti ha fatto pensare di smettere di far musica? Quali sono i problemi che, chi fa musica come te, rischia di incontrare? Dopo circa otto anni di rap, e sopratutto di hip hop, i problemi che ti buttano giù sono tanti, dai problemi economici a quelli sociali e così via… Se devo parlare di un problema in particolare che mi ha fatto molto male, tirerei in ballo la sempre verde ignoranza e le critiche senza contenuti, cose che ora non mi danno più noie (o forse sono io a rimanerne all’oscuro). In passato, quando ero alle prese con le prime rime e i primi testi, metà dell’ambiente giovanile del mio paese mi disprezzava per partito preso. Penso non ascoltassero nemmeno la roba che facevo se non per riderne, in quanto, talvolta, un tredicenne diventa un facile bersaglio di ragazzini annoiati.

Un motivo per il quale perché continui a scrivere e a cantare? Le persone che ho attorno, i ragazzini che hanno iniziato due anni fa e quelli che ci sono da quando nemmeno sapevo cosa fosse un microfono, e poi l’hip hop… l’hip hop ti da un energia pazzesca e puoi continuare anche se ti spezzano le gambe; sempre se stai nel bene e non pensi solamente alla visibilità e a quei pochi spiccioli che può portarti. Anche senza cachet, avrei la stessa identica energia, perché questa roba qua mi rende vivo, tutto qui.

Un ultima domanda prima di salutarci… c’è qualcuno a cui vuoi dedicare l’album? A una certa “Frida K”, che mi fa da musa da ormai due anni.

Grazie Pietro, in bocca al lupo per tutto, e non smettere mai di sognare! Grazie a voi, al vostro tempo e sopratutto, grazie, per aver dato un po’ di visibilità ad uno dei tanti ‘signor Nessuno’ che ci prova con la musica! Pace.

Antonio Delpiano

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