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Il pino di Grazia Deledda e i “gialli deleddiani"

Il vero Pino di Grazia Deledda (foto Remo Branca)
Il vero Pino di Grazia Deledda (foto Remo Branca)

Il cosiddetto "Pino di Grazia Deledda"

Il cosiddetto “Pino di Grazia Deledda”

Un po’ di chiarezza sull’illustre vegetale oggetto delle polemiche

Certo che Grazia Deledda, oltre i suoi capolavori letterali, ha lasciato ai suoi concittadini diversi rompicapo.

La vita della nostra Grassiedda nazionale (e internazionale, per via del Nobel) è infatti costellata di diversi interrogativi (a volte documentati, a volte frutto di fantasia, ma spesso frutto dell’aver sentito dire) a cui gli stessi nuoresi hanno diverse volte tentato di dare delle risposte.

Il vero Pino di Grazia Deledda (foto Remo Branca)

Il vero Pino di Grazia Deledda (foto Remo Branca)

Tre, in particolare, sono quelli che di tanto in tanto, ritornano alla ribalta cittadina (ce ne sarebbe anche qualche altro ma insignificante) e che, come accade spesso in questi casi, riaccendono discussioni e pongono delle domande.

1. Qual è la casa dove nacque la scrittrice? Quella ormai tradizionalmente conosciuta, nella via a lei dedicata (allora Via Cairoli), o quella situata in Gutturu ‘e furreddu (odierna via XX Settembre), come ricordavano alcuni vecchi nuoresi (non certo accordatisi tra loro), e come emerge da alcuni documenti e foto d’epoca (l’argomento meriterebbe un discorso a parte).

2. Perché l’autorevole Enciclopedia Treccani (1931, vol. XII), riporta come anno di nascita del futuro premio Nobel il 1875, anziché il 1871 (vera data di nascita)? Probabilmente, erano dati forniti all’editore dalla stessa scrittrice, che già risulta più giovane anche nell’atto del suo matrimonio nel 1900 con Palmiro Madesani.

IL resti del Vecchio e, a destra, l'altro pino di Grazia Deledda (foto Remo Branca)

I resti del Vecchio e, a destra, l’altro pino di Grazia Deledda (foto Remo Branca)

3. Perché, si continua ad indicare come il “pino di Grazia Deledda” il vecchio grande albero situato alla periferia di Nuoro, sulla vecchia strada per Macomer? Il problema del “pino di Grazia Deledda” era già venuto alla ribalta diversi anni fa, nel 1994, quando gli alunni di una scolaresca con i loro insegnanti (indubbiamente in buona fede o consigliati male), decisero di collocare un’artistica targa di bronzo alla base del grande albero, senza sapere, che quello dove la giovane Grassiedda nei mesi estivi si sedeva per scrivere le sue prime opere giovanili, non era quello individuato dai volenterosi scolari e dalle loro insegnanti, bensì un altro, che si trovava circa 100 metri più a sud, ma che era stato abbattuto da un fulmine 27 anni prima, nel febbraio del 1967, durante di un violento temporale.

Ora, pare che l’albero definito “deleddiano”, sia ritornato agli onori della cronaca, in quanto, essendo vecchio e decrepito pare ne sia stato sancito l’abbattimento per motivi di sicurezza. Il caso è stato sollevano nei giorni scorsi da un consigliere comunale di opposizione, giustamente attento affinché la città per l’ennesima la volta non venga scippata delle sue memorie (come se non bastassero gli sfregi e le demolizioni insensate degli anni Sessanta e Settanta, due esempi per tutti: La Rotonda di via Roma e Palazzo Mereu nel Corso Garibaldi), con l’effetto di una crescente e accorata difesa delle sorti dell’albero.

Ora, senza entrare nel merito del fatto che il vecchio pino sia “deleddiano” o meno, e naturalmente tenendo presente che per quanto possibile (salvo pericoli) debba essere lasciato al suo posto (come monumento naturale se non come monumento “deleddiano”), circa la storia dell’“illustre” vegetale, si rende necessario fare chiarezza e dire la verità.

La storia del pino di Grazia Deledda, è stata ricostruita grazie alle testimonianze scritte e fotografiche di Remo Branca, illustre artista e grande studioso di testimonianze deleddiane (conobbe personalmente la scrittrice), il quale fotografò e disegnò dal vero l’autentico albero sotto le cui fronde la giovane Grassiedda si riparava.

E come se non bastasse lo fotografò quando era ormai a terra abbattuto dal fulmine.

Tutto questo, certo porterà delusione anche negli ex scolari, che diligentemente nel 1994 si impegnarono per ricordare la memoria della grande scrittrice con una base di bronzo; ma per onestà, bisogna tuttavia dire la verità ai ragazzi (anche a costo di dar loro una delusione).

La verità, è necessaria per evitare che gli stessi possano dire un domani ai loro figli, che quello era il pino di Grazia Deledda. Sarebbe un falso storico. E una Nuoro ormai scippata delle sue vere memorie storiche , si troverebbe con un falso storico in più. Che si andrebbe ad aggiungere, insieme a quelli più o meno noti citati, a un “archetipo” registrato nel 1907, riguardante la celebre scultura di Francesco Ciusa, La madre dell’ucciso.In quel caso la scultura  non vinse, come si era sempre asserito, la VII Biennale di Venezia (vinsero gli scultori Dampt e Lagäe), ebbe solo un grande successo. Tuttavia, su diversi testi, è scritto chiaramente che lo scultore nuorese vinse il primo premio… Ma questa è un’altra storia.

Michele Pintore

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3 Responses

  1. La scrittrice quando scrisse a Luigi Falchi nel 1890 parla di due pini, infatti la lettera cosi recita: “Spesso vado in campagna suggestiva: una pianura melanconica, deserta, senz’alberi.
    La nostra vigna è l’ultima; due pini alti fremono continuamente sotto il cielo d’un azzurro triste di viola mammola; al di là cominciano le tancas melanconiche, animate solo da qualche greggia, e sembrano sconfinate. Da sotto il pino ove è inciso il nome di Sebastiano Satta che deve aver sentito la triste poesia di questo luogo, io guardo la vastità desolata e desidero andare attraverso questa infinita eppur dolce tristezza della natura sarda. Chissà? Se diventerò ricca, mi farò una casa qui sotto l’incensante murmure dei pini…”. Tale circostanza appare anche nell’articolo di Remo Branca sulla rivista “Frontiera”, il quale, in occasione di una visita a Nuoro nel 1967, si recò nel luogo del pino di Grazia Deledda è immortalò con le foto il pino a terra, abbattuto da una tempesta fra la notte del 2 e 3 febbraio dello stesso anno e riportando un passo della lettera della Deledda a Luigi Falchi scrisse sulla rivista: “La nostra vigna è l’ultima due pini fremono continuamente sotto il cielo…..” l’altro pino, più lontano, sui limiti della strada provinciale, è ancora in piedi.
    Grazia Deledda racconta di due pini e sotto uno di questi vi era inciso il nome di Sebastiano Satta . E’ mia convinzione che il pino sotto il quale vi era inciso il nome di Sebastano Satta è quello attuale (sul limite della strada provinciale) e non quello che ricadeva nella vigna di Grazia Deledda. Infatti è molto improbabile che Bustianu si recasse all’interno della vigna della famiglia Deledda ad incidere su quel pino il proprio nome, si consideri che all’epoca Grazia Deledda aveva 19 anni (1871-1890). Invece è verosimile che il poeta Bustianu si recasse a contemplare presso l’altro pino sui limiti della strada provinciale, infatti il luogo era ed è più accessibile, inoltre gode di una posizione più panoramica “…..che deve aver sentito la triste poesia di questo luogo..”, era posizionato già su un pascolo aperto, mentre gli orti e le vigne erano situate nella parte bassa sottostante.
    Pertanto, la scrittrice, come lei stessa racconta, frequentava quei luoghi e si appartava in entrambi i pini. Sicuramente il romanzo “Cosima” è ambientato nel pino della sua vigna (proprietà Cambosu) mentre è altrettanto sicuro che la novella “Sotto il Pino” è ambientato nel pino superstite (proprietà Are) a confine con la strada provinciale. Da notare che la famiglia Cambosu (madre di Grazia) e la famiglia Are erano in ottimi rapporti, le proprietà delle due famiglie erano confinanti, addirittura i Deledda per entrare nella loro vigna spesso accedevano per comodità dal cancello di ingresso degli Are posto sulla strada provinciale in prossimità del pino attuale. Inoltre Grazia era amica dei figli di Are e delle figlie (dame) di Donna Nieddu la quale possedeva una vasta proprietà terriera confinante alla proprietà dello stesso Are. Sicuramente si incontravano sotto i due pini, gli unici luoghi che garantivano un minimo di ombra in quella campagna desolata e soleggiata, nel periodo della vendemmia e della tosatura delle pecore.

  2. Inoltre anche nel romanzo Cenere: “…..In mezzo ai campi quell’anno coltivati dal mugnaio, sorgevano due pini alti, sonori come due torrenti. Era un paesaggio dolce e melanconico, qua e là sparso di vigne solitarie, senza alberi, né macchie. La voce umana vi si perdeva senza eco, quasi attratta e ingoiata dall’unico mormorìo dei pini, le cui immense chiome pareva sovrastassero le montagne grigie e paonazze dell’orizzonte……”

  3. Lo stesso Bachisio Floris (padre di Giovanni Floris giornalista e conduttore televisivo) nel libro “Nuoro Forever” racconta a pag.30: “Dal “Quadrivio” si cominciava ad uscire dalla città e dopo il breve rettilineo centrale c’erano già orti e vigne, Badu’ e carros col suo ponticello in ferro sulla curva a gomito e poi il rettilineo verso il pino di Grazia Deledda, dove si sperava sempre di portare qualche ragazza a romanticare, ma non succedeva mai”.

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