Omicidio di Manuel Careddu. Padre Morittu: “Non chiudiamo gli occhi”

Cosa accade nei piccoli centri dell’interno dell’Isola? Forse quello che succede anche nelle grandi città dove i giovani – vuoi per noia, mancanza di valori o per cattive compagnie – sembrano non avere più una guida. Perdono di vista gli obiettivi e cercano la gratificazione in modelli deviati.

Poi c’è da fare i conti con lo spopolamento, l’abbandono scolastico al 20%, la dipartita dei servizi essenziali per la comunità. Tutto conta in un contesto nel quale le comunità non riescono più a garantire quel paracadute sociale che esisteva qualche anno fa.

Forse così si spiegano le ultime tragedie con vittime e carnefici giovanissimi, vite spezzate e drammi di intere famiglie e comunità. Centri sconvolti dal dolore: territori dove un ragazzo di Macomer, Manuel Careddu, è stato ucciso per un credito di droga e dove altri sei suoi “amici” sono accusati di averlo assassinato per non voler onorare il pagamento. E dove un altro un 22enne è stato condannato all’ergastolo per gli omicidi dello studente di 19 anni di Orune Gianluca Monni e del 29enne di Nule Stefano Masala (il cui corpo non è mai stato ritrovato).

Così a Macomer, dove in tremila hanno sfilato in silenzio per ricordare Manuel (APPROFONDISCI), le persone hanno provato a confrontarsi sui drammi più recenti, perché ciò che è capitato a Manuel Careddu non accada mai più.

Un momento della fiaccolata per Manuel Careddu

L’urgenza di parlarsi e di capire il perché di questi fatti che sembrano così lontani dalle descrizioni fatte da chi quei ragazzi li conosceva bene. Giovani pieni di speranze e di obiettivi. ragazzi come tutti gli altri che hanno scelto strade sbagliate, senza che nessuno se ne accorgesse.

Ecco perché padre Salvatore Morittu, da sempre impegnato nelle comunità di recupero dei giovani disagiati, ha lanciato un monito che vale per tutti: «qui entrano in gioco diverse responsabilità. «Non possiamo chiudere gli occhi: dobbiamo riallacciare i rapporti tra ragazzi, famiglie e educatori».

Psicologi, sacerdoti, amministratori giovani, mondo delle associazioni, insegnanti e presidi hanno voluto dire la loro.

«Dobbiamo tornare a parlare con i nostri ragazzi con delicatezza e fermezza – spiega la psicologa di Macomer Giulia Masia – dobbiamo cercare di contenerli, il problema è quando non si sentono contenuti è lì che sfocia la devianza».

«Droga, alcool, crisi di valori rappresentano una luce spenta – sottolinea Gianluca Atzori giovane di Macomer – bisogna riaccendere la luce: coltivare le proprie passioni, parlare. Vogliamo un centro per giovani e che questa vicenda sia solo un lontano ricordo».

I parroci di Macomer e Ghilarza, Andrea Rossi e Paolo Contini, mettono l’accento sui falsi valori e sulle crepe nelle comunità: «Ogni uomo che viene al mondo cerca la felicità, la cercava Manuel la cercavano i ragazzi che l’hanno ucciso – ha detto padre Andrea. C’è chi cerca la felicità attraverso l’alcool e la droga ma la vita è un’altra cosa. Si vuole la felicità a tutti i costi, ma questo è irreale. L’uomo trova la felicità quando si sente amato».

«Vi porto le lacrime del mio popolo, la disperazione di tanti giovani che non riescono a dormire – ha esordito padre Contini. A Ghilarza c’è una grandissima paura che le gesta dei ragazzi arrestati si ritorcano contro tutti. Non c’ è nessuna frattura tra le comunità di Ghilarza e Macomer, bisogna provare a rialzarsi e cancellare questa pagina orribile».

«Nessuna frattura – conferma il sindaco di Macomer Succu – a nome della mia comunità vi dico che proviamo grande dolore per le famiglie degli arrestati”. Ora la sfida vera è provare a cambiare rotta: non sarà facile».

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Salvatore