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” Gramsci, un ‘Omine, una Vida”: quando il folclore racconta storie sa insegnare: intervista a Tonino Cau

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Da oltre quarant’anni Tonino Cau da Neoneli è direttore artistico e amministrativo dei Tenores di Neoneli. Cavaliere della Repubblica per meriti culturali, quest’uomo, classe 1955, è la voce di un canto “unico al mondo”: il canto a tenore, riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Mercoledì 23 maggio alle ore 18.30, all’Auditorium Giovanni Lilliu di via Mereu a Nuoro, sotto l’egida dell’Isre, Cau e i Tenores portano in scena uno spettacolo dal titolo “Gramsci. Un ‘Omine, una Vida”. La storia e la vita del più grande pensatore sardo raccontata con ottave in lingua sardo-logudorese. Introduce la serata Giorgio Macciotta, parlamentare, già sottosegretario, presidente della Fondazione Casa museo Antonio Gramsci di Ghilarza.

Cau, la forma più arcaica della coralità sarda ha sfondato i muri del nuraghe ed è entrata nel firmamento internazionale dell’Unesco. Qual è, secondo lei, la sua specificità più importante? La specificità del canto a tenore è che due su quattro sono voci gutturali – contra e basciu. Il solista funziona come un vero strumentista – prima non c’erano strumenti musicali e su tenore era lo strumento per antonomasia, essendo la voce umana il primo strumento, appunto. Lui intona, da “su puntu”, il coro interviene con dei fonemi senza senso (bim bo, bim ba, bo ro…). Si attiva così una melodia arcaica in cui alla voce risponde il coro: strumentista e strumento. E’ la magia di un canto le cui modalità espressive variano da paese a paese, contro ogni appiattimento oggi imposto dalla globalizzazione. La voce del mondo: perché i nostri paesi, prima, erano “il mondo”.

Che cos’è un canto a tenore? E cosa prova lei, quando lo canta? Quando canti a tenore sei isolato dal mondo, assieme ai tuoi tre colleghi: pensi solo a cucire le voci per dare all’esterno la sensazione della melodia. Le voci del tenore, una ad una, sarebbero cacofoniche, messe assieme sprigionano un’armonia ancestrale di rara suggestione che, se hai il giusto Dna, ti possiede. Ho girato molto e molte sonorità popolari hanno sfumature che potrebbero essere considerate simili ad altre de su tenore. Ma io credo che il nostro sia un canto unico al mondo.

È la voce della Sardegna del passato o quella del futuro?È la voce del passato, perché sonorità e melodie sono antiche. Del passato perché scriviamo storie di personaggi e periodi che hanno rivestito grande importanza nella storia sarda: penso ad Antonio Gramsci, a Emilio Lussu –stiamo terminando circa 900 strofe in otadas logudoresas sulla sua vita, e un omonimo spettacolo. Ma è anche la voce del presente, perché sui brani musicali atavici sovrapponiamo nostri testi su tematiche quasi sempre attuali, pronte a raccontare cose, storie e persone.

Nel “Villaggio informatico” Michelangelo Pira immagina il recupero della comunicazione e delle proprie radici culturali attraverso “la rete”. Lei crede che si sia avverata la profezia di Pira? Io sono l’esempio che Pira aveva ragione. La prima tournée in Australia l’abbiamo organizzata interamente col pc, senza una sola telefonata, che io ricordi. Oggi è tutto velocissimo. L’altro giorno eravamo a Edimburgo: tutti sapevano tutto di noi. Però, ascoltarti dal vivo evoca sempre un’emozione particolare. L’aura sta tutta nell’istante.

Parliamo di Gramsci. Come è nata l’idea di dedicargli un concerto?  Non dedichiamo un concerto a Gramsci per fare retorica un tanto al chilo. Qua ballano due anni di lavoro e ricerche che hanno portato allo scrivere il libro “Gramsci, un ‘Omine, una Vida”. Cosa non facile. In ogni modo, malgrado i ventimila titoli dedicati al nostro, nessuno mai aveva scritto la sua vita nella sua lingua. Lo abbiamo fatto noi. A Roma qualcuno giorni fa ha definito lo spettacolo “un canto che insegna”. Una definizione che ci gratifica oltre ogni dire, ma che soprattutto esalta il valore pregante delle tradizioni, per quanto ci riguarda, che possono essere un veicolo di cultura.

Come è strutturato l’evento, e in cosa consiste?Gramsci, un ‘Omine, una Vida” è un racconto che avvince. Avvince perché nello spettacolo, raccontando e cantando un tale personaggio, si crea un clima elettrico in sala. La gente sbalordisce ad apprendere i passaggi della vita del personaggio, così sintetizzati nel canto. E’ il nostro intento principale: far conoscere un così grande personaggio. Il primo libro su di lui me lo regalò Giuseppe Fiori, la passione per le sue opere me la trasmise Peppino Marotto. L’altro giorno, un altro Giuseppe, Giuseppe Vacca, uno dei massimi studiosi mondiali di Gramsci, assistendo allo spettacolo a Roma ha detto: uno spettacolo non di folclore dozzinale, ma di folclore responsabile, come piaceva a Gramsci. Un folclore che racconta storie, che non si guarda solo indietro, cosa che sarebbe riduttiva, ma che insegna. Uno spettacolo che stimola allo studio.

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