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L’allagamento di Bosa rende improrogabile un nuovo canale per le acque piovane

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Bosa, il giorno dell'allagamento (foto S.Farina)
Bosa, il giorno dell'allagamento (foto S.Farina)

 

Passata l’emergenza, dopo l’inondazione del 5 maggio, a Bosa si ragiona a mente fredda e si fa il bilancio dell’accaduto.

I danni maggiori, come era ovvio, sono stai riportati dagli esercizi commerciali, specialmente da quelli situati in prossimità di Piazza Costituzione, dove il livello dell’acqua ha raggiunto il livello massimo. Qui, nella foto, vediamo il livello in prossimità di Piazza 4 Novembre, neanche il punto più alto.

Oltre gli esercizi commerciali, danni vengono segnalati dai privati agli impianti elettrici e infiltrazioni nelle cantine.

Bosa, il giorno dell'allagamento (foto S.Farina)

Bosa, il giorno dell’allagamento (foto S.Farina)

Ad ogni buon conto il sindaco Luigi Mastino ha chiesto alla Regione lo stato di calamità naturale. Della vicenda va segnalata la macchina dei soccorsi che ha funzionato alla perfezione. In poco tempo erano all’opera la Protezione Civile, la Croce Rossa, I Vigili del Fuoco di Macomer e Nuoro, Amministrazione Comunale, Sindaco in testa. I Carabinieri impegnati in opera di antiscaccallaggio.

Moltissimi privati si sono prodigati e l’originale nuotatore, diffuso dai social, in effetti era impegnato aprire i tombini per far defluire l’acqua (come si vede nella foto sotto). Molti esercenti, eliminata la merce danneggiata, hanno ripreso a lavorare poche ore dopo.

Bosa, il giorno dell'allagamento (foto S.Farina)

Bosa, il giorno dell’allagamento (foto S.Farina)

Ora è il momento delle riflessioni e dei progetti per evitare avvenimenti simili per il futuro. L’acqua è sempre stata la croce e la delizia di Bosa. Da un lato il mare e le sue incantevoli coste. Dall’altro un incantevole fiume navigabile. Quando però il fiume in piena ed il mare sotto maestrale entravano in conflitto l’inondazione era inevitabile. Gli antichi abitanti della città non conoscevano questo fenomeno perché, prima della costruzione delle ferrovie, il fiume sfociava a delta. Quando soffiava il maestrale usciva a S’Istagnone. Con il libeccio nell’attuale estuario.

La realizzazione della diga a monte e della diga foranea sembra aver eliminato questo pericolo. Resta però il problema delle acque che scendono dalle colline di Montresta. A questo scopo erano stati realizzati i canali di, che però si sono mostrati insufficienti.

Bosa, qualche giorno dopo l'allagamento (foto P.G. Vacca)

Bosa, qualche giorno dopo l’allagamento (foto P.G. Vacca)

Il canale di Via Lamarmora, che nella foto vediamo ridotto a parcheggio, si è dimostrato insufficiente. Fu tombato negli anni 60 e, attualmente, oltre il fatto che sarebbe impossibile riaprirlo, considerato lo sviluppo della città, risulta di capacità ridotta, sia dai depositi che da condotte fognarie e travi di fondazione che lo attraversano. Nel canale, inoltre sfocia l’acqua proveniente da due fiumiciattoli, il così detto canale di Aladerru. Ed è quest’ultimo l’oggetto di una questione che va avanti da molto tempo. Si tratta infatti di realizzarne uno nuovo che, intercettata l’acqua , non lontano dal castello, dopo un lungo tragitto sfoci a monte del ponte vecchio. Il nuovo canale dovrebbe alleggerire quello di via Lamarmora almeno del 70%, distribuendo l’acqua in maniera diversa e evitando così gli allagamenti dei vari quartieri.

Della questione si è occupato il consiglio comunale, anche delle legislature precedenti, più volte, almeno dal 2005, ma la questione si è sempre arenata per incompatibilità di molti consiglieri comunali. La Regione ha stanziato, in varie fasi, 3 milioni. Tutto è però fermo. Tre mesi fa il sindaco Mastino, per uscire dall’attuale impasse, ha chiesto la nomina di un commissario ad acta, che è arrivata solo adesso. È prevedibile che la questione non si risolva subito, sia per motivi tecnici, che per eventuali opposizioni di privati. Recita però un detto che l’acqua possiede la memoria. Forse gli antichi abitanti della città, che costruirono sulla collina, sapevano quello che facevano.

Pier Gavino Vacca

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